Il MORO DELLA CIMA
Un libro per riflettere sulla vita in montagna

Il Moro della cima di Paolo Malaguti, Einaudi, 2022
“Ricorda sempre — concluse Menico — che noialtri, qui sulla montagna, non siamo mai da soli. E non siamo mai paroni.”
Sta tutta qui la filosofia di Agostino Faccin, detto il Moro Frun, primo storico custode del rifugio sulla vetta del Monte Grappa.
Nato contadino di pianura e diventato montanaro per amore della montagna — quella stessa montagna, la Grapa, che fin da bambino vedeva trasmutarsi nello scorrere delle stagioni dalla sua casa natale di Borso (Treviso), su quel limite dove la pianura del Piave s’infrange contro i primi rilievi prealpini. La sua storia, raccontata con leggerezza ed ironia da Paolo Malaguti, è un compendio della vicenda tragica che ha trasformato radicalmente l’Italia dalla metà dell’Ottocento a oggi. La tela delle vicende personali del Moro è, infatti, tessuta magistralmente dall’autore seguendo i fili scarlatti di una trama in cui s’intrecciano la distruzione della civiltà contadina e pastorale, la violenza sul territorio montano cominciata con le guerre mondiali e poi seguitata dall’industrializzazione incontrollata, e infine dal turismo di massa. Un fenomeno postmoderno, quest’ultimo, ma con radici nel Romanticismo ottocentesco, che vede oggi, al suo culmine, orde inconsapevoli vagare per i sentieri, le cime e le crode, dietro i simulacri — abilmente agitati dalla pubblicità — di quel mistero della montagna che però da tempo si è definitivamente dissolto, al pari delle brume della sera che avvolgono pietosamente la cimiteriale e cementificata cima del Monte Grappa.
Nel romanzo il Moro, fin da bambino, per seguire il suo sogno di salire i monti, resistendo alle pressioni della famiglia (che lo voleva contadino) e allo scherno dei paesani, si fece prima malgaro, esplorando e imparando così a conoscere a fondo il territorio della sua Grapa; divenne così la più richiesta guida dei primi “camminatori” e coronò infine il suo percorso come primo e più famoso custode della “Capanna Bassano” del CAI, inaugurata il 22 agosto 1897 nei pressi della cima.
Dall’alto di quell’osservatorio privilegiato vide arrivare la prima guerra mondiale con le sue devastazioni radicali, che proprio lì, sulla sua montagna, mostrarono tutta la ferocia e l’insensatezza dei conflitti moderni. A cui si aggiunse, negli anni ’30, l’ulteriore ferita inferta all’ambiente con la costruzione del Sacrario Militare di Cima Grappa — dove riposano i resti di 30.000 soldati, italiani e austriaci— strumentale alla retorica del regime fascista che si preparava a scatenare la seconda strage, consumata di lì a pochi anni, quella della seconda guerra mondiale.
Contrariamente a quanto credeva il malgaro Menico, che aveva introdotto il Moro bambino alla vita delle malghe, oggi che l’assalto speculativo alla montagna prosegue ancora ininterrotto, scomparse le Anguane, i Salvanel, i Mazzariol e tutte le fatate creature le cui voci risuonavano misteriosamente nel silenzio dei boschi, tra le grotte, i torrenti, le sorgenti e le rocce, su queste montagne siamo rimasti veramente soli.
L’autore:
Paolo Malaguti (Monselice, 1978) vive ad Asolo e insegna Lettere a Bassano del Grappa. Con “Il Moro della cima” (Einaudi, 2022) ha vinto il Premio Mario Rigoni Stern e il Premio Monte Caio. Nel 2016, con “La reliquia di Costantinopoli” (Neri Pozza), ha partecipato al Premio Strega. Per i tipi del CAI ha scritto ” La leggenda del faggio vecchio”.
Puoi consultare la biografia ufficiale di Paolo Malaguti per ulteriori dettagli.




