LIBRI DI MONTAGNA

Un libro da leggere

La danza del lupo
Giuseppe Festa romanzo

La danza del lupo di Giuseppe Festa (Longanesi, 2026)


Tra noir, antropologia e natura selvaggia, un viaggio nel cuore profondo dei Monti Sibillini.

I Monti Sibillini fanno da sfondo a uno scenario selvaggio in cui s’intrecciano le vicende di una serie di efferati femminicidi e i tormenti personali di Alma, il capitano dei carabinieri che indaga su tali morti. Originaria di Visso, la protagonista vi è tornata nella speranza di tenere a bada i fantasmi personali e professionali che le gravano sul cuore.

Un “cuore di lupo” – per citare una suggestione profonda – che Giuseppe Festa, biologo capace di declinare con maestria il proprio sapere scientifico in chiave letteraria, utilizza per far emergere il sostrato leggendario che impregna queste montagne fin dal loro nome. Un toponimo che, storicamente, è virato dal più ordinario “Monti di Norcia” a quello misteriosofico e allusivo di “Monti della Sibilla”.

Per Festa, le sibille che abitavano i villaggi e le grotte delle nostre montagne erano delle “donne lupo”. Custodi di un rapporto intimo e segreto con la Madre Terra, erano credute le depositarie di arcani saperi e di indomite istanze di libertà. Proprio per il loro potere di comprendere e assecondare le forze della natura, dovettero inevitabilmente scontrarsi con il potere della Chiesa che, additandole come streghe in combutta con il demonio, le represse duramente, costringendole alla dissimulazione e al totale nascondimento del loro sapere e dei loro poteri femminini.

Si tratta di una tesi cara alla scrittrice Joyce Lussu che in diversi libri — specialmente ne “Le comunanze picene” (Fermo, Livi, 1989) — tratteggiò una società matriarcale, esistente a suo dire nei paesi dei Monti Sibillini, in cui le donne erano, fin dalla preistoria, le depositarie del sapere necessario per far vivere gli uomini e le donne in queste terre aspre e difficili.

Nel coinvolgente romanzo di Festa vi è però un’altra corrente sotterranea che lo percorre e che ci interessa di più in quanto naturalisti e antichi frequentatori della montagna sibillina: la vita dei lupi. L’autore fa emergere — come aveva già fatto nel suo precedente romanzo La luna è dei lupi (Salani, 2016) — l’irredimibile contrasto tra il simbolo dell’anima selvaggia della montagna e l’uomo; ormai non più pastore, semmai semplice allevatore, ma che per il lupo mostra ancora tutto il suo antico odio viscerale. Non è un caso che oggi si stia riprendendo la caccia al lupo (e all’orso), diminuendone lo statuto di protezione di cui ha goduto finora. Anche facendo uso di termini osceni come bioregolatore per dare una patina di scientificità ai cacciatori.

 Nel romanzo, l’autore sembra suggerirci, infatti, che il nostro terrore davanti al lupo non derivi, in verità, dalla paura del male che l’animale può farci, ma dal veder riflesso nei suoi occhi il nostro antico tradimento, consumato quando abbiamo reciso le radici che ci legavano all’albero dei viventi.

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