Energia e Montagne
I conti della serva- 2: buttare l’energia
L’efficienza complessiva del sistema energetico in Italia è inferiore al 50%. Le sole dispersioni nei settori termoelettrico e dei trasporti su gomma superano l’intero obiettivo PNIEC al 2030.Meglio ridurre gli sprechi piuttosto che aumentare la produzione energetica, distruggendo i paesaggi italiani.

Chiudere lo scarico prima di immettere nuova energia
Il diagramma qui riportato, costruito sulla base dei dati ufficiali di MASE, ENEA e altri organismi di monitoraggio, mostra la ripartizione del consumo medio annuo di energia lorda nel nostro Paese, espresso in milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtep). A sinistra sono indicate le fonti di approvvigionamento, mentre a destra sono evidenziati alcuni degli utilizzi più significativi, come l’elettricità generata dalle centrali termiche ( termoelettrico) e il settore dei trasporti, con particolare riferimento a quello su gomma.

Si evidenzia che la maggior parte delle risorse utilizzate in Italia ogni anno deriva da fonti primarie fossili: in primis petrolio e gas, e in minima parte carbone. Il comparto delle rinnovabili è tuttora dominato dall’energia idroelettrica. Un altro aspetto fondamentale è che, in un Paese come il nostro, le fonti principali sono di importazione. Su una domanda annua di energia lorda pari a 140–150 Mtep, l’importazione di combustibili fossili assomma a circa 110 Mtep, ovvero quasi l’80% del fabbisogno totale.
La carenza strutturale di fonti interne è un dato storico che condiziona da sempre l’economia nazionale, a partire dai ritardi nell’industrializzazione rispetto ad altri Paesi europei, ed è stata sicuramente il fattore principale del forte indebitamento pubblico. Proprio per attenuare tale svantaggio, l’Italia ha orientato a suo tempo notevoli risorse tecniche nella realizzazione dei grandi impianti idroelettrici e, nel secondo dopoguerra, ha cercato di rendersi parzialmente indipendente dal mercato petrolifero internazionale ad esempio con la politica dell’ENI di Enrico Mattei.
La vulnerabilità del sistema dipende in gran parte dall’inefficienza nell’uso finale dell’energia
Di fronte a una simile vulnerabilità, ci si aspetterebbe un modello improntato alla massima efficienza. Purtroppo, le scelte politiche ed economiche hanno spesso favorito un uso dell’energia piuttosto dissipativo. Il caso più evidente è quello dei trasporti: incentivando la rete su gomma – notoriamente a bassa efficienza – si sono trascurati gli investimenti sulla rete ferroviaria, nettamente più virtuosa.
Oggi l’efficienza complessiva dell’Italia nell’uso dell’energia al consumo finale (energia utile) non raggiunge il 50%. Ciò significa che per compiere il lavoro necessario occorre disporre di una quantità potenziale di energia in ingresso quasi doppia. La metà dell’energia lorda viene scaricata nell’ambiente sotto forma di calore di scarto, contribuendo al surriscaldamento e all’inquinamento atmosferico. I settori più energivori e inefficienti in tal senso sono il trasporto stradale (auto e camion) e la produzione termoelettrica.
Il grafico allegato evidenzia che, su 40 Mtep immessi nel settore termoelettrico, l’energia effettivamente utile (l’elettricità prodotta finale) è di appena 18 Mtep; i restanti 22 Mtep vengono dispersi nell’ambiente durante i processi di raffreddamento delle centrali e nel trasporto lungo gli elettrodotti. Nel sistema dei trasporti lo squilibrio è ancora più netto: su 38 Mtep in ingresso, le perdite strutturali ammontano a ben 29 Mtep.
Secondo il testo definitivo del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC), l’obiettivo al 2030 per il potenziamento delle FER (Fonti Energetiche Rinnovabili) è pari a circa 43 Mtep. Questo valore è analogo, se non leggermente inferiore, alla quantità di energia che oggi viene dispersa nell’ambiente a causa dei processi inefficienti nei soli settori dei trasporti e del termoelettrico. Tutto ciò suggerisce che l’alterazione del paesaggio – specialmente quello appenninico, minacciato dall’eolico industriale e dall’agrivoltaico a terra – potrebbe essere ampiamente evitata. Basterebbe una seria politica energetica e industriale focalizzata sull’efficientamento del sistema. Una simile strategia garantirebbe ulteriori vantaggi strategici, quali la diminuzione drastica dell’inquinamento, la riduzione della dipendenza dall’estero e il contenimento del debito.
In conclusione, per risanare il sistema energetico italiano sarebbe più saggio chiudere la falla delle dispersioni interne, anziché affannarsi ad aumentare il flusso in entrata con tutti i crescenti costi ambientali, sociali e culturali che ne conseguono.