Energia e Montagne
I conti della serva (1) : l'(in)utilità dell’eolico in montagna
Data:
Posizione:
Una prima analisi del bilancio energetico italiano, sui dati ufficiali del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, fa emergere chiaramente che l’enfasi posta sulla proliferazione di impianti eolici industriali, sulle dorsali dell’Appennino, come panacea per abbassare l’impatto climatico ed energetico dell’Italia, rischia invece di peggiorarlo. Ammesso che la produzione eolica nel tempo proceda a pieno…
La distruzione del paesaggio dell’Appennino è una soluzione efficace per contrastare il cambiamento climatico?
L’attuale massiccia progettazione di impianti eolici industriali che rischiano di tappezzare l’intera dorsale dell’Appennino tra le Marche e l’Umbria, configura un complesso dilemma ecologico e sociale.
Da un lato il paesaggio e l’ecosistema – minacciati dalle estese alterazioni prodotte dalla realizzazione di tali impianti – devono essere salvaguardati e tutelati integralmente. Costituiscono beni fondamentali per garantire non solamente l’equilibrio ambientale ed ecologico dell’Appennino, ma anche la qualità della vita umana e l’identità delle comunità residenti, intesa come bene inalienabile costituzionalmente garantito.
Dall’altro lato, le imprese energetiche e i sostenitori della decarbonizzazione giustificano questi interventi come l’unica strada percorribile per contrastare con urgenza il cambiamento climatico globale. Questo scenario genera allarme sia tra gli abitanti delle comunità locali sia tra gli appassionati della montagna, sollevando al contempo perplessità e malumore nei confronti di chi si oppone a tali progetti in nome della salvaguardia dell’ambiente montano.
In questo contesto, la contrapposizione dialettica tra favorevoli e contrari si arrocca frequentemente su posizioni inconciliabili. Il dibattito è, infatti, inficiato alla base da radicati (e spesso condivisi) pregiudizi cognitivi che, per quanto inevitabili data la complessità della materia, precludono un’analisi oggettiva dei costi e dei benefici strutturali di ciascuna opzione.
Tra questi bias sistemici, il più diffuso risiede nel presupposto acritico secondo cui il benessere e la qualità della vita nelle società occidentali siano indissolubilmente correlati a un incremento lineare e costante dei consumi energetici. Si tratta di un’affermazione fortemente ideologica, ritenuta evidente e indiscutibile, ma che non regge ad una corretta analisi fattuale e che risulta comunque strettamente dipendente dal modello di sviluppo a cui si aspira. Tale proposizione è inequivocabilmente sconfessata dall’invalicabile limite termodinamico per cui in un sistema chiuso come il pianeta Terra, un’immissione continuamente crescente di energia risulta fisicamente insostenibile.
Un ulteriore elemento di fraintendimento nella discussione sulle FER, specialmente in Italia, nasce dalla confusione tra fabbisogno energetico complessivo, autonomia energetica del Paese e produzione di energia elettrica. Si tratta di questioni certamente connesse, che tuttavia richiedono soluzioni differenti e talvolta contrastanti.
Attualmente, ad esempio, la maggior parte dei consumi è ancora subordinata ai combustibili fossili e settori fortemente energivori, come i trasporti e l’agricoltura, difficilmente potranno essere elettrificati nel breve periodo. Di conseguenza, l’unica via strategica per ridurre l’impatto economico, ambientale e climatico conseguente all’uso crescente di energia, consiste in via primaria nell’aumentare l’efficienza del sistema e nel diminuire l’intensità energetica dei prodotti (ovvero la quantità di energia necessaria per produrre un singolo bene). Solo perseguendo questa strada obbligata sarà poi possibile riorganizzare la produzione attraverso un mix di fonti e metodi integrati, capaci di soddisfare efficacemente la domanda reale. Senza un efficientamento preliminare, ogni tentativo di assecondare una domanda energetica in costante crescita, connotata da elevati tassi di dispersione energetica, sarà inesorabilmente votato al fallimento.
I dati ufficiali sconfessano l’enfasi di chi vuole la proliferazione dell’eolico in montagna
A chiarire l’assoluta centralità di questo concetto bastano, in prima analisi, pochi dati macroeconomici e strutturali, liberamente consultabili sul sito del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE).
L’obiettivo dell’Italia da qui al 2030 relativamente agli impegni assunti con il PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima), inviato alla Commissione Europea, è di sostituire il 39% circa dei consumi finali lordi di energia con fonti di energia rinnovabili (FER), installando circa 131 GW di impianti per la produzione elettrica da FER. Di questi 80 GW dovranno venire dal SOLARE e 28 GW dall’EOLICO.

Il grafico qui riportato illustra il bilancio energetico italiano secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica. (https://www.pniecmonitoraggio.it/Risorse/Dati%20e%20statistiche/Bilanci%20energetici/disponibilit%C3%A0lordadienergia/Pagine/default.aspx)
Complessivamente nel periodo di osservazione 1990 – 2024 l’Italia ha importato ogni anno energia (da varie fonti e sistemi) pari in media a 165,6 Mtep; mentre è stata in grado di produrre in modo autonomo (da fonti proprie, idroelettrico principalmente) appena 31,9 Mtep. Il suo obiettivo è ora di costruire impianti da fonti rinnovabili per 131 GW di elettricità di cui 28 GW con l’eolico.
Assumendo ottimisticamente una piena utilizzazione degli impianti eolici in progetto nel corso dell’anno, una potenza installata di 28 GW produrrebbe in un anno circa 85.000 GWh di energia elettrica, che si può stimare corrispondente a 7.0 – 7,5 Mtep, appena il 4,5% dell’energia che l’Italia importa annualmente. Quindi la distruzione del territorio e del paesaggio appenninico ottimisticamente inciderebbe sulle risorse energetiche che l’Italia importa, per un misero 5% di energia. Ogni scelta che incide intensamente sul territorio non può essere guidata dall’ideologia del momento, ma dovrebbe essere sostenuta da una serio e approfondito bilancio costi/benefici. Esso è mancato del tutto, anzi si è cercato di limitare ogni normativa già esistente orientata alla difesa del bene comune.
Necessita inoltre mettere in evidenza una strana situazione che si è determinata in Italia relativamente all’eolico. Il target nazionale, come abbiamo visto, da qui al 2030 è di 28 GW di eolico. Ad oggi ne sono stati installati quasi a metà: circa 13,6 GW , ma i numerosi progetti presentati al MASE per le procedure di autorizzazione (onshore e offshore) raggiungono la cifra di ben 192 GW. I progetti presentati al MASE (192 GW) sono quasi 7 volte superiori, rispetto al target ufficiale fissato dal PNIEC per il 2030 (28 GW). Nasce il sospetto che nell’affair eolico non sia la produzione di energia elettrica il vero obiettivo. Ci sono motivazioni più corpose e meno ufficiali? Ai posteri l’ardua sentenza.